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settantarighe
in attesa di poter scrivere l'articolo di fondo
7 marzo 2008
Povero Foscolo mio.
In morte del fratello Clemente
(dal blog di Beppe Grillo)

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di partito in partito, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto ,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i tetti di Ceppaloni saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quiete.

Questo di tanti voti oggi ti resta!
Gentil Clemente, almen le ossa rendi
allora al petto degli italiani mesti.

Parafrasando.
Un giorno se io non sarò sempre costretto a fuggire di paese in paese mi vedrai seduto sulla tua tomba a piangere per la tua morte. Ora solo nostra madre, ormai vecchia, parlerà di me, e io non posso fare altro che porgere le mie braccia e salutare la mia città.
Sento anch’io l’ostilità degli dei e le angosce che hanno turbato la tua vita. Adesso mi resta solo il desiderio di morire! Dopo la mia morte, che avverrà lontano dalla mia città, vorrei solo che le persone portino a mia madre le mie ossa.

La notizia.
Beppe Grillo è poeta. Liberamente ispirata "In morte del fratello Giovanni" di Ugolo Foscolo, è stata dedicata a Clemente Mastella subito dopo la decisione del leader dell'Udeur di non candidarsi alle prossime elezioni politiche. Non voglio, per mantenere la natura apolitica, apartitica e di non propaganda elettorale di questo blog, criticare l'ennesima trovata del Grillo nazionale.

Il commento.
Dico semplicemente una cosa: trovo pazzesco l'aver rovinato una poesia come quella di Foscolo.





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7 marzo 2008
E questa volta dov'è il Suv?
Il 14 febbraio in corso di Porta Vittoria ci fu il terribile scontro tra un tram e un autobus in cui morì una donna e rimasero feriti decine di persone. L'incidente fu causato da una manovra incosciente di un automobilista. Guidava un Suv, ma questo - a mio avviso - è solo un particolare di poco conto.
Parlai subito di sicurezza dei mezzi di trasporto pubblico, di manovre azzardate da parte di tutti coloro che si muovono nelle strade di Milano (pedoni compresi) nella speranza di suscitare una riflessione collettiva sulla mobilità in sicurezza e la coscienza civica comune.
Passano pochi giorni e alle 7.25 circa di stamattina, a pochi metri da quel punto maledetto, è avvenuto un altro scontro, questa volta senza Suv. Un tram urta un autocarro
che si ribalta praticamente davanti al Palazzo di Giustizia, invadendo la corsia preferenziale. Bilancio: due feriti lievi. Adesso correranno tutti a parlar male degli autisti dei mezzi di trasporto pubblico?

Direi che la questione debba essere affrontata e risolta in un'altra maniera.



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6 marzo 2008
Una piccola (personalissima) vittoria.





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6 marzo 2008
“Voti freschi! Venite signore e signori, voti freschi a un euro!”
Italiani: popolo di sdegnati, stufi, e pieno di fantasia. Perché va bene tutto, la crisi ci sta, il battibecco parlamentare pure, ma quando si tira troppo la corda anche l’italiano perde la pazienza, e corre ai ripari. L’ultima ‘trovata’ è stata quella di mettere in vendita - con un gesto anticostituzionale eclatante - il proprio voto su ebay, portale di e-commerce che deontologicamente vieta di vendere ‘favori’ politici. L’escamotage per saltare il vincolo è stato molto semplice: offrire un omaggio gratuito allegato a prodotti anonimi come matite o salumi. Promesse di voto acquistabili fino a 2,50 euro. Cercando su ebay.it si trovano offerte allettanti come quella proposta da ggragno: “vendesi copia integrale in formato elettronico del D.P.R. n°361 30 marzo 1957”. Per chi non lo sapesse, si tratta del Testo Unico delle Leggi Elettorali. Il gruppo Nonvoto.com “propone il rifiuto della scheda elettorale come forma di protesta politica pacifica verso l'attuale sistema politico e le prossime elezioni.” Nel forum dei non votanti - accessibile, previa iscrizione al social network su cui si appoggia - sono spiegate le modalità di adesione alla protesta: un puntiglioso elenco che spiega a chi volesse votare ‘scheda nulla’ o ‘scheda bianca’, come utilizzare “un’arma letale e legale” fornita direttamente dal Testo Unico delle Leggi Elettorali. I promotori del ‘non voto’ si sono organizzati in fretta, e al cittadino garantiscono che seguendo le loro indicazioni (non votando) si eviterà che il voto, nullo o bianco, venga conteggiato come quota premio per il partito maggioritario. L’articolo 48 della nostra Costituzione dice che il voto per il cittadino maggiorenne è un dovere civico e morale. Ma c’è chi dichiara di non avere più la possibilità di scegliere qualcuno che lo rappresenti e decide di cedere il proprio voto al miglior offerente. Come sarà verificata l’effettiva riuscita dell’accordo? Semplice: verrà fornita una prova fotografica del voto con data e ora (peccato che sia assolutamente vietato). Siamo ormai alla frutta, o meglio, tra le cassette di frutta del mercato a fine mattinata.“Voti freschi! Venite signore e signori, voti freschi a un euro!”



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letteratura
3 marzo 2008
Docu-fiction in pieno stato di grazia.
Giovedì 13 marzo, alle 18, ho il piacere di presentare Andrea e il suo romanzo-indagine Beautiful alla liberia Libri&Libri (via Italia, 22 a Monza). Sarà un momento di incontro per parlare del talento di Andrea, dell'importanza di "indagare" con delicatezza in un ambiente così complesso come quello che nasconde, protegge e a volte alimenta ragazze e ragazzi che vivono un profondo disagio. Nel completo rispetto di una malattia come l'anoressia, cercherò di porre l'attenzione sull'eccellenza del lavoro che ha svolto Andrea in due anni. Nell'ottica della critica onesta e della delicatezza, spero di riuscire a raccontare al meglio ciò che così "beautiful" non è.

Vi aspetto.

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25 febbraio 2008
Prendete appunti.
Giovedì 6 marzo alle 18, presso la Libreria di Porta Romana (Corso di Porta Romana, 51): l'autore di "Beautiful", parlerà del suo libro con Pierluigi Panza, Alessandro Beretta (entrambi del Corriere della Sera). Tra i moderatori anche la giornalista/blogger Gaia Giordani.

Io ci vado: conosco l'autore, persona molto in gamba e competente, conosco il tema trattato nel libro, e mi fa piacere rivedere Alessandro, compagno inseparabile delle elementari.




 



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22 febbraio 2008
Malpensa? Promossa a pieni voti.
Il bilancio è positivo: nel 2007 l’aeroporto di Malpensa, rispetto all’anno precedente, ha movimentato 23.885.391 passeggeri (+10% in media) e 486.666 tonnellate di merci (+16,7% in media), grazie anche all’aumento del transito (+8,46%) degli aeromobili sulle piste. Dalla tabella si possono vedere i movimenti di passeggeri e merci (poste comprese) del 2007 confrontati con quelli del 2006.

gennaio
1698239 (+13,9%) passeggeri (transito -10%)
33400 (+26,7%) cargo
febbraio
1560244 (+13%) passeggeri (stesso transito)
37892 (+22,4%) cargo
marzo
1894919 (+15%) passeggeri (transito +13,4%)
45068 (+29%) cargo
aprile
1997555 (+6,7%) passeggeri (transito +14,4%)
41069 (+24,5%) cargo
maggio
1939241 (+4,7%) passeggeri (transito +24,2%)
 42271 (+22,4%) cargo
giugno
2115241 (+6,5%) passeggeri (transito + 24,8%)
41377 (+18,6%) cargo
luglio
2367737 (+7,5%) passeggeri (transito +40,8%)
43431 (+11,8%) cargo
agosto
2505832 (+8,3%) passeggeri (transito +10,5%)
33513 (+12,1%) cargo
settembre
2217546 (+8,7%) passeggeri (transito +8,7%)
38649 (+10%) cargo
ottobre
2038148 (+12%) passeggeri (transito +17,7%)
42625 (+6,8%) cargo
novembre
1745725 (+12,5%) passeggeri (transito +16,4%)
43905 (+9,2%) cargo
dicembre
1804964 (+12,2%) passeggeri (transito +21,4%)
43466 (+7,4%) cargo

(Fonte: Assaeroporti - Associazione Italiana Gestione Aeroporti)




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22 febbraio 2008
Il volo dell'AirOne non parte.
“E' un piccolo passo, il percorso è lungo. Si va avanti''. L'amministratore delegato di Alitalia, Maurizio Prato, ha commentato così la bocciatura da parte del Tar al ricorso presentato da Ap Holding, la società di Carlo Toto che controlla AirOne, contro la trattativa in esclusiva riservata ad Air France-Klm, che durerà fino al 14 marzo. Il piano di accordi tra Alitalia e Air France continua, ma il “caso Mapensa” rimane aperto: il rischio fallimento sembra essere ancora alto, almeno fino all’insediamento del nuovo Governo dopo le elezioni del 13 aprile.
Non si sa bene se le “intimidazioni” da parte del centro-destra per i tagli a Malpensa abbiano intimorito i vertici della compagnia francese, come non si sa se la richiesta di Alitalia di 750 milioni entro giugno verrà accolta.  Ai piani alti della nostra compagnia di bandiera la reazione alla decisione del Tar è stata positiva. AirOne rimane fuori dai giochi, ma promette di non mollare la presa promettendo di rivolgendosi presto al Consiglio di Stato, nonostante il verdetto dei giudici amministrativi.
La decisione di Toto non preoccupa più di tanto i sostenitori della soluzione franco-olandese e le trattative potranno continuare in un clima più “rilassato” secondo la tabella di marcia stabilita da tempo: tra il 27 e il 28 febbraio arriverà Jean Cyril Spinetta, presidente e amministratore delegato di Air France-Klm, per confrontare il piano industriale con i sindacati. Più sereni anche i piloti Anpac e gli assistenti di volo Avia e Anpav che con D’Amato vedono nei francesi i possibili e corretti finanziatori per il risanamento e il rilancio di Alitalia., mentre Unione Piloti, Filt/CGIL e Fit/Cisl appoggiano il piano Toto - Banca Intesa, recentemente finanziato con un prestito di 105 milioni di euro.
I soldi da soli non bastano, ma il piano industriale tenuto “segreto” sarà veramente sostenibile? Il presidente della Regione Lombardia Formigoni non è così positivo e la sua preoccupazione è direttamente rivolta al destino di Malpensa: “la battaglia per difendere il diritto dei cittadini del Nord e dell'Italia a volare in tutto il mondo proseguirà comunque". La polemica di Formigoni nei confronti della scelta di abbandonare lo scalo varesino da parte di Alitalia si riaccende, e sottolinea che i famosi ammortizzatori sociali previsti nel decreto “mille proroghe” del Governo Prodi escludono di fatto la sospesione per tre anni della riduzione dei voli da Malpensa.
Il taglio netto dei voli sullo scalo varesino potrebbe essere una mossa molto azzardata visto che, dati alla mano, sulle piste di Malpensa il 2007 ha fatto registrare un aumento del 10% dei movimenti passeggeri e cargo; il transito degli aeromobili è aumentato ed ha fatto transitare da Malpensa 23.885.391 passeggeri e a 486.666 tonnellate di merci.
Di fronte a queste cifre non si può immaginare che la riduzione voluta ai danni dei viaggiatori, delle aziende che fruiscono dello scalo di Malpensa e dei dipendenti delle oltre 1000 aziende che ruotano attorno all’aeroporto (uno studio di Confcommercio Monza Brianza stima in 380 milioni di euro la perdita secca) non abbia conseguenze fortemente negative per tutta la Lombardia e il confinante Piemonte.  
A Malpensa si lavora da sempre, e si lavora bene. I risultati si vedono: nel primo trimeste di quest’anno Malpensa ha fatto registrare il record di puntualità a livello europeo e di quantità dei servizi offerti. Con oltre 7 decolli in orario su 10 - secondo l'Associazione europea delle linee aeree (Aea) - Malpensa ha battuto nel 2007 scali come Roma, Parigi e Londra. Dati che vengono confermati anche dalla Sea, socetà che gestisce gli scali milanesi.
Malpensa si comporta bene, dunque, e si riconferma essere in grado di sostenere i ritmi richiesti ad una vero hub aeroportuale importante non solo per l’Italia ma anche per il vasto bacino alpino. Il presidente Sea, Giuseppe Bonomi a colloquio con “L’Espresso”, dice di avere le idee chiare: “la soluzione potrebbe essere quella del self-hubbing, un modello di riconversione basato sull’integrazione, sull’aggregazione e il coordinamento di vettori medio-piccoli e grandi che si alimentano tra di loro. Due anni per rodare il tutto e una serie di interventi tra i quali il potenziamento del sistema di vendita on line dei biglietti aerei. Prima della fine del 2010 - secondo l’ex presidente Alitalia Bonomi - è realistico pensare che a Malpensa possa arrivare un nuovo vettore principale. In questa nuova logica - che è quella, per esempio, di British Airways, che già oggi fa concorrenza alle altre compagnie proprio negli aeroporti degli stessi competitors – potrebbe essere proprio il vettore britannico a sbarcare in forze a Malpensa.

(Continua)





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21 febbraio 2008
Voglio andare a vivere in campagna.
Quattro incidenti alla settimana (un aumento del 50% circa rispetto a tre anni fa): tamponamenti, guasti e deragliamenti tra il malcontento e l'insicurezza di chi - per l'Ecopass e per comodità - sceglie di muoversi in città con i mezzi di trasporto pubblico meneghini. Questa la situazione allarmante presentata da un rapporto interno che l'Azienda di Trasporti Milanese compila ogni anno. Gianni Santucci e Armando Stella hanno commentato i dati dell'Atm in un interessante articolo pubblicato sul Corriere della Sera di oggi, sottolineando la non sicurezza di bus, tram e metropolitane milanesi. Non si punta il dito contro l'anzianità dei mezzi (normalmente cambiati ogni cinque anni e mezzo), piuttosto sulla carenza di manutenzione, compresa quella degli impianti. L'introduzione dell'Ecopass ha sicuramente obbligato Comune e Atm ad un potenziamento dell'offerta, visto l'incremento del flusso dei passeggeri. Alcune fonti interne all'Azienda di Trasporti Milanese spiegano che i famosi bus e tram "in più" non sono mai arrivati; il pre-ordine è partito agli inizi dell'anno scorso, ma l'ordine definitivo ha raggiunto le scrivanie competenti soltanto a fine 2007 (nel momento in cui l'arrivo dell'Ecopass è diventato ufficiale). L'Atm il 23 dicembre scorso ha assicurato di essere tranquilla sul fronte dei tempi di consegna dei nuovi mezzi (dai quattro ai sei mesi), anche se alcuni fornitori hanno già messo le mani avanti dicendo che l'attesa sarà più lunga. E nel frattempo i passeggeri cosa faranno? Consapevoli dello stato di manutenzione dei mezzi su cui viaggiano quotidianamente, devono sperare che i dati contenuti nel documento riservato dell'Atm relativi agli incidenti tra mezzi pubblici - non siano poi così veri. Il Corriere della Sera tira le somme: "dei 218 incidenti e guasti sui mezzi di superficie e dei 232 del metrò, si arriva a 450 in dodici mesi, con una media di oltre 8,65 a settimana. Tradotta, per le centinaia di migliaia di milanesi e pendolari che ogni giorno usano i mezzi pubblici, è la certezza che ogni giorno un guasto o un incidente bloccheranno un mezzo." Il più grave incidente dell'anno è stato quello di pochi giorni fa avvenuto in Corso di Porta Vittoria che ha causato il ferimento di moltissimi passeggeri e la morte di una donna. Di chi sia la responsabilità non si sa ancora, ma sicuramente si dovrà riflettere a lungo sulla qualità della sicurezza dei mezzi di trasporto pubblico. Altrimenti si rischierà di ritrovarsi nuovamente di fronte ad un autobus drammaticamente sventrato da un vecchio tram come se fosse una scatoletta di latta.




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21 febbraio 2008
I figli so' piezz 'e core.
(Dopo aver letto l'articolo apparso su "Il Giornale" - ripreso anche qui)

Nel marzo del 2006 Anna Di Pietro (figlia di un più noto Antonio) viene assunta dalla Editrice Mediterranea, la società che pubblicava il giornale dell'Italia dei valori. La brillante studentessa della Bocconi non s'è mai presentata nella redazione romana di via della Vite, neppure per ritirare le buste paga. Anna è a tutti gli effetti una praticante giornalista che non ha mai praticato. Si trova, in poche parole, nelle condizioni di non poter essere abilitata a svolgere le prove per diventare giornalista professionista. Assieme ad Anna sono stati assunti altri figli di "illustri" genitori, uno tra tutti Antonio Formisano (suo padre è Nello, capogruppo al Senato dell'Idv). Lui però lavora davvero.
Nel luglio del 2007 (poteva aspettare qualche mese visto che il praticantato della figlia scadeva a settembre), Antonio Di Pietro intima alla Editrice Mediterranea la dismissione della testata Italia dei valori e pone fine al rapporto che faceva del giornale l'organo del suo partito, con i relativi fondi per l'editoria. L'editore esegue e restituisce la titolarità della testata a Di Pietro. Peccato che la dottoressa Cipullo e l'editore in questione, combattivi e tenaci, abbiano cercato, nonostante tutto, di portare avanti il loro giornale che fino al 4 agosto è regolarmente uscito con il nome di "Idea democratica". Ma il disconoscimento dell'Idv porta alla chiusura di «una redazione vera, di persone vere che facevano un giornale vero» spiega Delia Cipullo, «con più di dieci giornalisti». Insomma, «non uno di quei giornali finti che servono solo ad avere i soldi dell'editoria di partito».
Nel gennaio del 2007 Antonio Di Pietro si ricorda del suo ex giornale, e così nella redazione ormai in via di dismissione, cominciano ad arrivare dal suo staff una serie di telefonate, tra cui quella per il riconoscimento dell'avvenuto praticantato di Anna Di Pietro. La ragazza era stata regolarmente pagata, la documentazione era quasi completa; mancava solo la dichiarazione della dottoressa Cipullo. «Non firmo la certificazione perché non sussistono gli estremi per farlo. Il praticante deve stare in redazione e io Anna Di Pietro non l'ho mai vista nemmeno una volta. Non ha mai ritirato le buste paga. A tutt'oggi è ancora una dipendente della Editrice Mediterranea, malgrado tutto non l'abbiamo licenziata. Però fino ad ora non ha mai lavorato e quindi non posso firmare alcunché». Anna Di Pietro non può sostenere le prove per diventare giornalista professionista. Lei, e tutti quelli che non hanno realmente e regolarmente frequentato una redazione per almeno 18 mesi.
Di fronte alla grande fortuna di poter fare un praticantato vero, Anna non ha neppure fatto il gesto di andare a vedere com'erano gli uffici del giornale. Anna lo sa quanto è difficile riuscire ad ottenere quello che le era stato offerto su un piatto d'argento? Mi sa proprio di no. In tutta questa storia, però, ci sono due cose positive: esistono ancora professionisti corretti e seri, e "raccomandati" che non si siedono sugli allori ma che giustamente sfruttano i loro privilegi.
Vado a studiare, l'esame da giornalista è alle porte.



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diritti
20 febbraio 2008
"Il Meridiano" è affondato ma i redattori continuano a nuotare.
"Il Meridiano", quotidiano per cui ho collaborato anche io, è affondato. Era un progetto molto interessante che voleva portare avanti il dialogo e il confronto in un'Italia, purtroppo, poco pronta ad accogliere certe "diversità". Le logiche di mercato (che poi di logico hanno ben poco), l'instabilità di certi "appoggi", gli aiuti statali che arrivano nelle mani sbagliate e tante altre cose, hanno portato alla sospensione delle pubblicazioni a partire dal 16 novembre 2007 (giorno in cui avrebbe dovuto essere pubblicato il comunicato con cui l’Assemblea dei redattori e dei collaboratori dava conto della vertenza in atto che vede i lavoratori privi di quattro mensilità di stipendio). Una decisione che viene dall'alto, grave e per molti versi sconcertante, perché - come dichiara il Comitato di Redazione de Il Meridiano - è stata adottata dall'editore all'indomani di un incontro con il Cdr della testata e con l'Associazione della Stampa, in cui è stato deciso di ristabilire corrette relazioni industriali e di collaborare per il rilancio della testata. La decisione di sospendere le pubblicazione di un numero chiuso, senza preavviso, pare antisindacale e ancor più grave è stata la decisione di chiudere i locali della redazione impedendo ai giornalisti di poter lavorare.

L’assemblea dei redattori de “Il Meridiano”, riunitasi in data 15 novembre 2007, ha giudicato inaccettabile la proposta presentata dall’“Editrice del Meridiano s.r.l.” relativa al piano di rientro sulle spettanze arretrate. Di conseguenza ribadisce lo stato di agitazione proclamato lo scorso luglio e il pacchetto delle restanti tre giornate di sciopero attualmente nella disponibilità del Comitato di redazione. Inoltre dà mandato al Cdr di formulare una controproposta all’azienda che preveda un piano di rientro congruo e comunque tale da condurre alla normalizzazione della vertenza relativa alla situazione retributiva entro la fine dell’anno solare 2007.

Il solito 'piano di rientro' di un editore inadempiente, i soliti (tanti) stipendi arretrati che non arrivano mai, sempre gli stessi giorni che passano senza ricevere nulla. La decisione di sospendere le pubblicazione di un numero chiuso, senza preavviso, le comunicazioni che arrivano a singhiozzi, l'impossibilità di continuare il proprio lavoro, etc... E pensare che esistono situazioni come quella dei giornalisti de "Il Meridiano" in realtà molto più piccole, dove non esiste un Comitato di Redazione, dove ci sono molto meno tutele (si parla di contratti co.co.pro, mica di una 'articolo 1' o un 'articolo 2' a giornalisti), e tanto sfruttamento per uno stipendio da fame che fatica a raggiungere gli 800 euro mensili.

Io ne so qualcosa.




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cercare lavoro
20 febbraio 2008
Markettone.
(Apro Gmail e tra una dozzina di messaggi trovo quello di un amico)

Cari amici letterati,
vi disturbo con un'inusuale lettera cumulativa per comunicarvi che lascio il blog della rivista "Ore Piccole" alla quale ho collaborato per gli ultimi due anni, recensendo un'imbarazzante quantità di libri diversi per dimensione, forma e contenuto. Questo avviene a seguito di una sofferta decisione,  (...)

Ho deciso di troncare la mail per il semplice motivo che il contenuto parlava di un altro amico (uno degli scrittori più sottovalutati del momento, ndr) in modo indiretto. Insomma, per non violare in alcun modo la legge sulla privacy, ho tagliato il testo.
Detto ciò, desidero sottolineare la qualità del lavoro svolto fino ad oggi da parte del G. - uno dei tanti giovani colti e preparati che non riescono, per motivi ormai noti, a passare oltre quel muro eretto dalla Casta dei giornalisti. L'impegno del G. va oltre la semplice motivazione passionale, e credo che sia dettato da un innato senso critico e giornalistico: le sue critiche (o recensioni di qualità) ai libri sono sublimi e fanno trasparire la cultura e l'intelligenza di chi le scrive.
Credo che prima o poi qualche editore illuminato si fermerà per un secondo a leggere ciò che il G. racconta dei libri e - fumando un buon sigaro o sorseggiando qualcosa di alcolico - si farà coraggio, alzerà la cornetta del telefono, e lo chiamerà. Nel caso sarei assolutamente ben disposta a fornire a quest'uomo dotato di buon senso il numero telefonico personale del G.

Giuro solennemente che il G. in questione:
- non mi ha minacciata;
- non è vicino a me da legami sentimentali o di sangue;
- non ha assolutamente idea di quello che avrei potuto scrivere su di lui (nè quando o se lo avrei scritto);
- non mi dovrà dare nulla in cambio.

Grazi per l'attenzione, egregio Direttore.

Spero di poterle presentare, prima o poi, il G.

Cordiali saluti,

Ilaria L. Silvuni



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19 febbraio 2008
Perché tutti puntano il dito contro il Suv e nessuno parla della sicurezza (inesistente) dei mezzi di trasporto pubblici?



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7 febbraio 2008
Un appuntamento.
È possibile fuggire dalla propria epoca senza sbagliare strada? Si può superare il senso di smarrimento generato da un abbandono, e smettere di guardarsi indietro?

I mondiali di calcio e l’Argentina del ’78, un gruppo di ragazzi che di giorno lavorano in fabbrica e di notte si trovano in strada per surreali partite di pallone. Le vicende che si intrecciano nel libro sono quelle di Dani, che continua a pensare a suo fratello scomparso misteriosamente 5 anni prima, di Luz, la donna che rapisce il suo cuore, di Rensenbrink, l’unico giocatore che con un goal avrebbe potuto cambiare la Storia ma prese un palo rimasto nella leggenda, dei desaparecidos di Villa Grimaldi e della Escuela Mecánica, di un trafficante spregiudicato e della lotteria di Babilonia di Borges. Per Dani, il protagonista di Alluminio (Hacca), primo libro di Luigi Cojazzi, arriva il momento di giocarsi tutto in un’ultima folle scommessa.

Giovedì 7 Febbraio 2008 dalle ore 18 c/o La Feltrinelli di corso Buenos Aires, 33 a Milano

Questa sera Luigi Cojazzi è in libreria a presentarci Alluminio (Hacca). Cercherò, assieme a  Carlo Annese, Gabriella Greison e Annalisa Tantini, di spiegare la bellezza di questo libro.


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6 febbraio 2008
Scribi e farisei.
(www.orepiccole.org, un articolo di A. Gurrado - http://antoniogurrado.blogspot.com)

La scrittura è un atto bidimensionale (inchiostro su carta) che si propone di raggiungere un obiettivo tridimensionale (il libro) mediante un procedimento quadri- e addirittura pentadimensionale, nel senso che servono anche tempo e, possibilmente, silenzio. La cosa peggiore è che allo scopo di scrivere è necessaria la lettura (ma viceversa la lettura non è necessariamente finalizzata alla scrittura, e meno male), e che la lettura è un atto pressoché adimensionale. Per leggere non c’è bisogno di spazio: altrimenti non si riuscirebbe a farlo in metrò o su un treno pieno di pendolari sudati. Né c’è bisogno di tempo, almeno in senso stretto: in quanto avere intere e lasche giornate libere può risultare circostanza meno favorevole alla lettura del ritrovarsi con un’oretta soltanto di adamantina e inattaccabile concentrazione. L’unità di misura della lettura è il silenzio, che però è impossibile a misurarsi, non c’è decibel che tenga; il silenzio necessario alla lettura è la creazione di un vuoto spinto nel cervello per far spazio ai contenuti del libro che via via vengono incamerati. Per questo, ad esempio, è più gradevole leggere in un’acciaieria (o in un aereo), dove un costante rumore di fondo copre ogni possibile interferenza invece che nel sospettoso silenzio di una casa familiare, con l’angoscia dello starnuto che esplode, del telefono che interrompe, della televisione che si accende, dei testimoni di Geova al citofono da un momento all’altro. Come atto in sé, leggere è impossibile, tanto più se si ha l’ardire di volerlo fare in santa pace; e l’elenco di libri che quotidianamente aggiorno – allo scopo di rileggerlo e interpretarlo all’ultimo dell’anno – finisce per essere il resoconto di tutto ciò che telefoni invadenti, preoccupazioni transeunti e genitori affettuosi non sono riusciti a non farmi leggere.

Quest’anno ho vergogna di me stesso perché ho letto poco: da Sotto la Pelle di Michael Faber (iniziato a Capodanno) a Écumes (Sphères III) di Peter Sloterdijk (finito a San Silvestro), complessivamente centodue libri. Chi ha seguito questa stessa disamina lo scorso anno ricorderà che nel 2006 di questi tempi ero arrivato a centoquarantaquattro, il che significa un decremento prossimo al cinquanta per cento, e che negli anni immediatamente precedenti mi ero attestato su un’onorevole media di centoventi, il che significa che ormai sono sceso sotto la decina di libri per mese. (Parentesi autobiografica: non leggevo così poco dal 2001, anno in cui per cause tuttora ignote smarrii svariati chilogrammi ed diventai verde in pianta stabile, colorito che ho abbandonato immemorabile tempo fa in favore di uno più roseo). In particolare – e non c’era bisogno dell’elenco dettagliato delle mie letture per ricordarmelo – quest’anno sono aumentati esponenzialmente i giorni trascorsi senza aprire libro, per un motivo o per un altro; ricordo con estremo piacere un’intera settimana a Miramare di Rimini in cui mi sembravano troppo impegnative perfino le parole crociate, più tutta una serie di giorni abilmente sottratti con le scuse più varie al senso del dovere e alla mia stessa rigidissima custodia (a proposito, bisognerà leggere prima o poi Per Invigilare Me Stesso, i taccuini di lavoro di Benedetto Croce curati da Gennaro Sasso).

Io sono un lettore onnivoro ma abitudinario, per cui tendo a conservare orari e luoghi di lettura, salvo cambiamenti di città o nazione, che quest’anno sono stati fin troppi. Ne deriva che scorrendo l’elenco tendo a soffermarmi con maggiore attenzione sui libri letti in circostanze inconsuete, e stavolta soprattutto in treno: La Sindrome di Brontolo di Stefano Bollani, da Milano a Modena; Nice Work di David Lodge, da Londra a Parigi; Il Diavolo Custode di Luigi Balocchi, da Bari a Modena; Lunario dell’Orfano Sannita di Giorgio Manganelli, da Modena a Pavia; Lo Scandalo della Stagione di Sophie Gee, da Pavia a Milano; Le 120 Giornate di Sodoma di Sade, da Milano a Meda; La Vita Agra di Luciano Bianciardi, da Pavia a Brescia; La Lezione di Anatomia di Philip Roth, da Milano a Bari; un giorno dovrò fermarmi oppure impazzirò.

Sarà dunque perché a me i treni fanno schifo quasi quanto i passeggeri che ho sviluppato una reazione pavloviana di repulsione nei confronti della lettura, quest’anno? Probabile. Se non che a mio supporto nonché parziale giustificazione sto elaborando una pensata alternativa, e cioè: purtroppo, man mano che il tempo passa diminuiscono i libri che mi restano da leggere, ciò nondimeno senza raggiungere un numero tale da garantirmi di leggerli tutti prima della mia morte, che tuttavia mi auguro tardiva; poiché però ho la tendenza a leggere subito i libri che mi attraggono maggiormente, ne consegue che avanzano i libri che mi attraggono di meno, e che quindi più roba ho letto (1147 libri dalla media adolescenza a tutt’oggi) meno voglia ho di continuare a leggere. Ciò nondimeno, tiro avanti.

Infatti quest’anno ho avuto a che fare con parecchia roba che avrei preferito non fosse mai stata scritta (non è corretto dirlo; avrei preferito non sapere che era stata scritta), e che ha aggiunto sofferenza a fatica. La palma del libro che mi ha fatto desiderare di essere un’altra persona, possibilmente analfabeta, va alle mille e rotte pagine dei Racconti di Cechov (ce n’è uno carino, ma non vale la pena di leggerli tutti per scoprire qual è); ma anche sarebbe stato meglio lasciar chiusi Santa Barbara dei Fulmini di Jorge Amado, On Beauty di Zadie Smith, addirittura The Innocent di Ian McEwan (capita a tutti di sbagliare), fino allo zero assoluto di Mille Anni Che Sto Qui di Mariolina Venezia; addirittura Le Bostoniane di Henry James si sono rivelate una delusione (James? una delusione? sarò mica depresso?). A fronte di quel che prometteva, poi, si sgonfia troppo presto Special Topics in Calamity Physics di Marsha Pessl (tradotto in Italiano come Teoria e Pratica di Ogni Cosa), mentre è un caso a parte Giancarlo De Cataldo, del quale in estate ho adorato Romanzo Criminale tanto da augurarmi di non aver mai letto, in autunno, Nelle Mani Giuste.

Le sorprese positive, d’altro canto, sono state pochine. Non conoscevo affatto Edoardo Mendoza e ho scoperto che Il Tempio delle Signore è gradevolissimo (consegue ringraziamento ufficiale a chi me l’ha regalato). Inconsolabile di Anne Godard (narrato in seconda persona singolare) ed E Poi Siamo Arrivati alla Fine di Joshua Ferris (in prima persona plurale) uniscono un’acuta capacita introspettiva a un certo coraggio stilistico (entrambi editi da Neri Pozza, guardacaso); con Niente da Ridere di Livio Romano e La Vera Religione Spiegata alle Ragazze di Camillo Langone, l’editore Marsilio ha pubblicato due libri che dovrebbero sopravvivere all’ansia diffusa di continue novità. Leggere L’Avvento dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev è decisamente utile a capire e condividere i motivi per cui il cardinale Biffi (a proposito, bisognerà leggere meditare e diffondere la sua autobiografia appena uscita) lo cita tanto spesso. È valsa la pena di aspettare per gustarsi come meritavano The Pickwick Papers di Dickens e The Man Who Was Thursday di Chesterton. Fuori dalla narrativa, che preferiamo, menzione d’onore per i saggi Dio: una biografia di Jack Miles, Shakespeare di Anthony Burgess e il già citato Écumes di Sloterdijk, mentre il Papa (Gesù di Nazaret e Spe Salvi) è ovviamente hors catégorie.

Ragion per cui mi sento molto a disagio nell’intraprendere le eliminatorie per la consueta assegnazione del libro dell’anno - riconoscimento privato senza scopo di lucro che, giova ricordarlo, premia di volta in volta il miglior libro letto nel corso dell’anno, e non quello scritto, ritenendo che non stia bene affibbiare una data di scadenza a dei volumi che hanno pazienza, e tanto meno dover rassegnarsi a scegliere il migliore fra prodotti contemporanei sostanzialmente tutti uguali, salvo alcuni peggiori di altri; riconoscimento che, giova ricapitolarlo, nel 2004 ha arriso a Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, nel 2005 a La Versione di Barney di Mordecai Richler e l’anno scorso, da queste stesse pagine virtuali, a Espiazione di Ian McEwan. Il procedimento è il solito: si suddivide l’elenco in dodici gironi, uno per mese, e si sceglie da ciascuno di essi uno e un solo libro, sapendo di star facendo in qualche modo torto a tutti gli altri. La scelta è assolutamente arbitraria (non ci si deve sentire in dovere di preferire, poniamo, Heidegger a Pippo Franco al solo scopo di sembrare intelligenti), istintiva (si finisce sempre per scegliere il libro il cui titolo porta con sé piacevoli ricordi di buona compagnia), irrevocabile e soprattutto ingiustificata (gloriosamente antidemocratica, dunque, a ribadire che il lettore è insormontabile monarca di quello che fa accadere fra i propri scaffali e che non deve renderne conto a nessuno).

Mi sento molto a disagio, dovendo scegliere fra pochi libri letti i pochissimi decenti e poi farli combattere l’uno contro l’altro come se non bastasse, ma dalle eliminatorie mensili seleziono la dozzina qui di seguito: La Prima Moglie di Daphne Du Maurier (gennaio), Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati (febbraio), Memorie di una Musa di Lara Vapnyar (marzo), Shalimar the Clown di Salman Rushdie (aprile, mese in cui ho letto quattro libri come un qualsiasi intellettuale italiano medio), Everyman di Philip Roth (maggio), Nice Work di David Lodge (giugno), Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo (luglio), L’Educazione Sentimentale (1869) di Flaubert (bella forza, agosto), Lunario dell’Orfano Sannita di Giorgio Manganelli (settembre), L’Informazione di Martin Amis (in mancanza di meglio, ottobre),  I Sotterranei del Vaticano di André Gide (novembre) e infine La Vita Agra di Luciano Bianciardi (dicembre).

La selezione stagionale è facilitata dal livello mediobasso delle eliminatorie (ci sono stati mesi in cui la cosa più interessante che ho letto è stata la mia tesi, il che è tutto dire). Per il trimestre invernale, Lara Vapnyar brava quantunque deve cedere il passo allo scontro fra titani Du Maurier – Buzzati, fra i quali la mia ben nota cavalleria non può che far prevalere La Prima Moglie. Curiosamente sono tutti in Inglese i libri della primavera (anche perché ero a Oxford, e tendo a leggere nella lingua della nazione che mi circonda); scartato Rushdie che sa fare di meglio, i romanzi di Philip Roth sono tutti talmente perfetti e conchiusi in sé stessi (ed Everyman è più perfetto del solito) da far preferire il più scoppiettante Nice Work di David Lodge. L’estate è stata tempo di bella prosa, poiché si legge con più calma, e per quanto accattivante De Cataldo si squaglia a fronte della sostanziale parità fra Manganelli e Flaubert, che mi fa accordare la preferenza a L’Educazione Sentimentale (1869) solamente per la superiorità del romanzo come genere letterario. L’autunno è stato deprimente, come spesso suole in Lombardia, e solo la lettura de La Vita Agra mi ha trattenuto dal rimpianto di esser nato.

Le semifinali sono squilibrate. Da un lato La Prima Moglie ha un afflato narrativo, un fascino stilistico, una capacità di accaparrarsi l’attenzione del lettore che David Lodge nemmeno si proponeva al momento di scrivere (bene) Nice Work; quindi prevale Daphne Du Maurier. Dall’altro lato Flaubert benedetto lo amo talmente tanto che averlo già letto tutto è un problema, poiché si finisce per essere delusi quando scrive benissimo e non sorprendersi affatto quando mitraglia capolavori; La Vita Agra di Bianciardi, invece, ha superato ogni più rosea aspettativa, e quindi va in finale.

Fra una raffinata signora britannica e un toscano alcolizzato la scelta è meno ardua di quel che sembri. Per quanto da La Prima Moglie sia stato tratto un ottimo film di Alfred Hitchcock, va pure ammesso che la Du Maurier non ha mai scritto sul Guerin Sportivo, e questo è un handicap non da poco nel confronto con Bianciardi; il quale invece con La Vita Agra è riuscito a fare ciò cui ogni scrittore dovrebbe mirare, ossia muovere dalla propria esperienza personale per renderla universale ed eterna. Universale è La Vita Agra in quanto storia di un’anima catalogatrice e affabulatrice, innamorata del preciso significato delle parole, in una Milano industriale e ostile a ogni accuratezza terminologica, se non nemica tout court del linguaggio e della chiacchiera, irrefrenabili perdite di tempo e di danè. Eterna nel suo aver raccontato una storia anni ’60 che, fra i roghi in fabbrica e gli umanisti costretti al precariato intellettuale, cambiando la valuta in euro potrebbe sembrare scritta ieri, se non oggi o domani.

Evviva Luciano Bianciardi ed evviva La Vita Agra, che dal mio minuzioso elenco si staglia libro dell’anno 2007. Basta così? Macchè, una parola ancora. Uno (io) intanto tiene un elenco di tutto ciò che legge non solo per crocianamente invigilarsi ma anche, e soprattutto, per capire cos’è meglio fare l’anno dopo. Ormai è evidente, mi sono ridotto a invidiare chi ha sedici o diciott’anni (oppure chi ne ha cinquanta ma s’è conservato ignorante a sufficienza) perché vive ancora un’apertura di possibilità, ovvero perché s’è conservato il piacere di poter leggere e scoprire in futuro libri che per me sono già irrimediabilmente assodati e digeriti, mannaggia. Avendo fatto indigestione, avendo accumulato nello scorso decennio abbondante una notevole quantità di ottima e decisiva letteratura, ho sortito il principale effetto di trovare per lo più deludente ciò che progressivamente mi è capitato di leggere. Sarà mica il tempo di liberarsi dalla nevrosi che mi costringe a tirare dritto prendendo in mano ogni volta un libro nuovo, come se dovessi affrettarmi a finire tutto ciò che viene stampato da Gutenberg alla fine del mondo, e di dedicarmi da domattina a un cospicuo numero di riletture di autori (Proust, Pirandello, Woolf, Wilde, Nietzsche, etc.) dai nomi più rassicuranti di gran parte degli scrittori vivi e operanti ancora? Risalire ai miti fondativi della mia cultura (necessariamente limitata, relativa) potrebbe essere una suggestiva maniera di celebrare il decennale degli esami di maturità; e di scoprire magari che sono serviti a qualcosa.




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6 febbraio 2008
Nel granducato di Ceppaloni.
(La Stampa del 17 gennaio 2008, un articolo di F. Geremicca)

«Sapete chi gli ha votato contro? Chi ha avuto solo quattro favori»

E quando se le dimenticano più, quelle immagini, qui nella valle del Sabato, anzi, per essere più precisi, qui a Ceppaloni? Sandra e Clemente a New York. Meglio: Sandra e Clemente sulla Quinta Strada! Belli come il sole, in piedi in una Maserati Ghibli bianca senza capote, proprio come John e Jackie, o come Hillary e Bill. E mica un secolo fa... Era l’ottobre scorso, il 9 ottobre, giorno della sfilata per il Columbus day: e Sandra e Clemente erano lì che rappresentavano l’Italia. Lui con la fascia, lei con la bandiera. Peccato per quei dieci giovinastri, tifosi di Beppe Grillo, spuntati da dietro le transenne per urlargli «dopo De Magistris trasferisci anche noi». Ma loro comunque erano lì, che rappresentavano l’Italia. E Ceppaloni, s’intende, prima di tutto.

Che sarebbe questo paesone, residuo dell’Italia degli Anni 70 e 80, che è tutto un saliscendi tra le colline, e sul quale Clemente Mastella regna in pace da almeno trent’anni in qua. I paesani gli vogliono bene. Anche perché, primo: non hanno motivo per non volergliene; e secondo, chi glielo fa fare? Clemente è stato «il deputato», poi è stato «il sindaco», ora è sindaco, deputato e ministro assieme: ma è prima di tutto un amico, uno che se può dare una mano, la dà. «Sapete chi è che qua gli ha votato contro? - va spiegando in un piccolo bar Mario Tranfa, cugino di Clemente -. Quelli ai quali, dopo quattro favori già fatti, al quinto ha detto no». E pare che sia proprio così. La cortesia di Sandra e Clemente, del resto, è proverbiale. La dote, si dice, sarebbe più di lei che di lui, ma che importa. Quello che conta è che alla fine sono gentili, una parola per tutti, un pensiero per ognuno. E anche un regalo: che è certamente una sciocchezza, ma può rendere in miniatura l’idea di cos’è, più o meno, il sistema Mastella.

Natale 2005: diciassettemila euro in torroncini da regalare in giro per l’Italia, e a Ceppaloni prima di tutto. Torroncini acquistati qui, s’intende: a San Marco dei Cavoti, a Summonte, in zona, insomma, che è pure meglio, così i soldi restano tra noi. I soldi, appunto: provenienti dai finanziamenti pubblici destinati al giornale di partito, «Il Campanile» (come rivelato da un’inchiesta de l’Espresso). Però i cesti li prepara la signora Sandra con le sue mani, e li sceglie lei: millecentocinquanta euro solo per quelli, come da fattura del Cis di Nola, e fa niente che i soldi fossero sempre quelli dei finanziamenti a «Il Campanile». Come a dire che quasi quasi i regali agli amici di Ceppaloni li facciamo noi...

Però, appunto, t’inerpichi sulla stradina che porta alla casa di Clemente e di Sandra - cancello scuro, colonne rosso pompeiano, una telecamera, due cipressi alla fine del vialetto d’ingresso - t’inerpichi e pensi che questo è. Qui non c’è il craxismo, questa non è Tangentopoli e non c’è nemmeno la cupezza imposta da certi patti tra la politica e la mafia: il sistema Mastella è un’altra cosa. Lui ha tenuto in vita, qui, una fiammella in attesa che la tempesta passasse, dopo che il grande fuoco sembrava spento: a Ceppaloni il clientelismo non è finito mai. È vero: sta tornando alla grande quasi ovunque. Ma qui non era finito mai. Per questo, forse, è un clientelismo che sa d’antico: niente maxitangenti e niente affari su grandi appalti, però il posto di lavoro te lo trovo, la promozione te la faccio avere io, a quell’incarico là ci mettiamo un uomo mio. Questo, per altro, sembrerebbe venir fuori dall’inchiesta su Sandra e Clemente: comandiamo noi e a quell’Asl o a quella presidenza ci metti chi diciamo noi.

Non è che sia meno grave, intendiamoci: in fondo, il sistema Mastella, su scala maggiore, è quello che ha avvolto per decenni l’Italia - soprattutto qui al Sud - in una spira soffocante di inefficienza e sprechi, di moltiplicazione degli incarichi, mazzette, buchi di bilancio e tutto il ben di Dio che la Seconda Repubblica ha ereditato. Però qui Clemente non è odiato, come a un certo punto è stato odiato Bettino a Milano; e ne pronunciano apertamente il nome, non come in paesi dove certi nomi conviene non farli. E’ meglio o è peggio? Anzi, per esser precisi: è più sopportabile, visto che non girano maxitangenti e non ci sono morti ammazzati? «È na’ fesseria... Una settimana e passa tutto...», assicura la donna del piccolo bar sulla piazza, intitolata a un vecchio sindaco del paese. «La signora Sandra, poi, è così gentile che ci manca già...».

Verso le tre del pomeriggio, il portavoce della signora Sandra (è pur sempre presidente del Consiglio regionale campano) esce dalla casa nella quale deve stare rinchiusa e dice ai tanti giornalisti: «Sandra si rammarica di non potervi invitare come al solito a pranzo...». Alle cinque esce di nuovo e porta tè e biscotti al cioccolato: «Ha telefonato Bassolino e poi credo Prodi, quasi sicuramente Berlusconi... Ma hanno chiamato in centinaia, non saprei». La signora Sandra ha risposto a tutti con cortesia e gratitudine sincera: e viene da chiedersi cosa debba esser successo da farle urlare infuriata al telefono - come alcune intercettazioni rivelerebbero - «quello per me è un uomo morto».

Clemente magari lo sa, perché si conoscono da una vita ed è una storia lunga e bella, quella con e Sandra. Lui giovanotto che studia qui, lei ragazzina che va e viene da Long Island. Un giorno si conoscono (ed è naturalmente un 14 febbraio, San Valentino), un lungo fidanzamento e poi il matrimonio, che tra due mesi fa 35 anni. Lui entra in politica e sale gradini, diventa deputato, sta con De Mita; lei fa la volontaria per la Croce Rossa, e anche lei sale gradini. Fino a diventare presidente del Consiglio regionale campano: e anche lì, però, quante polemiche sulla moltiplicazioni delle auto blu e delle commissioni, proliferazione di nuovi e di segreterie. «Non ci penso nemmeno a dimettermi», ha chiarito ieri mattina mentre - surreale com’è giusto che sia - Clemente si dimetteva da ministro a Roma per il provvedimento di carcerazione domiciliare inflitto a Sandra, e a Sandra quel provvedimento nessuno l’aveva ancora comunicato.

Ma naturalmente non è solo questione di Sandra: la questione è che a lui hanno anche decapitato l’intero Udeur campano, che è come tagliare i capelli a Sansone. La bufera, evidentemente, non era passata. Oppure è ripresa. Un vero guaio per il sistema Mastella. In più, ci sono i guai di Roma, con quegli sbarramenti nella legge elettorale. E stavolta, ironia della sorte, non gli è nemmeno di conforto aver affianco Sandra. Perché è vero che si sono promessi di star vicini nella gioia e nel dolore: ma a un dolore così, forse nemmeno l’officiante avrebbe mai pensato...



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6 febbraio 2008
Qualcuno mi darà la possibilità di imparare il mestiere?

(Da una lettera dell'anno scorso)


Egregio Direttore,


mi permetto di disturbarla per esprimerle alcune mie considerazioni in merito alla questione “bamboccioni” del Ministro Padoa Schioppa. Le confermo che il mio status sociale (spero non intellettuale) è quello di “bambocciona” doc. Infatti tra pochi giorni avrò 29 (ripeto: ventinove) anni e non sono ancora uscita dalla casa in cui sono cresciuta con i miei genitori. Fortunatamente il Ministro ha voluto fare un estremo gesto di generosità nei miei confronti promettendomi 1000 (ripeto: mille) euro spalmati in 3 annualità come contributo per l’acquisto della mia tanto desiderata prima casa da “non-più-bambocciona”. Per essere più precisa: 495,8 euro in tre anni se il reddito complessivo supera i 15.493,71 euro ma non i 30.987,41 euro, ai 991,6 euro (sempre in tre anni) se il reddito non supera i 15.493,71 euro. Insomma, prenderò i miei 1000 (ripeto: mille) euro, pagherò il notaio, pregherò mio padre di farmi da garante per il mutuo trentennale, andrò all’Ikea per scegliermi dei mobili economici che dureranno giusto una stagione, sistemerò i contratti per le mie utenze e magari deciderò di riempire il frigorifero una volta a settimana. Segnerò tutto su una lista come se dovessi andare al supermercato, anche se quel foglio di carta lo può tranquillamente trovare appeso alla porta della cameretta che occupo abusivamente nella casa della mia famiglia. Ma c’è un piccolo problema a cui penso che il Ministro non abbia minimamente pensato nel momento in cui ha definito me e lo squadrone dei miei coetanei “bambocciona”: da qualche anno, dopo aver svolto una buona ed impegnativa carriera da studentessa, sto facendomi strada nel mondo del lavoro e percepisco uno stipendio mensile di 750 (ripeto: settecentocinquanta) euro netti. Ho ottenuto un solido contratto co-co-co trasformato da qualche genio in co-co-pro per renderlo “legale”. Con questa cifra che si aggira sui 9000 (ripeto: novemila) euro annuali non riuscirei neppure con il regalo “SCHIOPPettante” del Ministro a pagare mezza rata del mio ipotetico mutuo trentennale (chiaramente sto parlando di una fantomatica casa in periferia di 40 metri quadrati, pian terreno, vista discarica comunale). Bene… la bambocciona xxx sta cercando da mesi un lavoro che le permetta di costruirsi un futuro dignitoso assieme al proprio compagno per creare una famiglia. La bambocciona xxx ha mandato decine e decine di curricula alle redazioni romane nella speranza di almeno una risposta. Sempre la stessa bambocciona xxx si rifiuta (e qui forse diventa capricciosa) di fare lavori diversi da quelli per cui ha studiato (grazie ai contributi dei suoi genitori) o illegali. Insomma… la bambocciona xxx non solo è svogliata, pigra, priva di iniziative atte a favorire l’abbandono del nido natio, ma è pure immatura perché pretende di trovare un lavoro in una redazione romana e che le permetta di pagare la rata del mutuo, i biglietti dei mezzi pubblici, magari di riempire il frigorifero una volta a settimana, di pagarsi delle visite mediche ogni tanto, di pagare le tasse su beni che in teoria non potrebbe permettersi (casa, etc… ) e di continuare a crescere professionalmente per diventare quello che ha sempre desiderato: una giornalista onesta. Continuerò il mio lavoro da responsabile di redazione e ad inventarmi ogni giorno qualcosa per non perdere la dignità e l’amore che nutro nei confronti della mia professione. Mi scuso per il mio personalissimo sfogo ma mi affido alla sua professionalità e le confermo di non aver - potendolo fare - mai accettato di scendere a compromessi o di accettare raccomandazioni per entrare come redattrice in un qualsiasi giornale. Un ultimo favore: ringrazi a nome mio e a nome di tutti i bamboccioni d’Italia il Ministro Padoa Schioppa e magari, già che c’è, parli un po’ della facilità d’accesso al praticantato per un giovane che vorrebbe con impegno e dedizione diventare giornalista professionista…

Grazie di cuore

Cordiali saluti




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6 febbraio 2008
Latte, miele e caffè.

(Un mio racconto)


Ho del latte caldo tra le mani.
Un coccio un po’ deformato.
Brucia, ma lo tengo stretto.
Osservo i ricami di vapore nell’aria.
Rami di edera, poi merletti.
Mi perdo ad ascoltare il profumo del latte.
Ritrovo mia madre. E la madre di mia madre.E la bisnonna.
Rivedo quelle barchette di pane secco che si rianimano con il latte.
Si gonfiano e, una volta tornate alla vita, affondano.
E il pane diventa latte.
Il latte diventa pane.


Vorrei mordergli il labbro senza farlo sanguinare. Solo svegliarlo. Fermarlo. Aprire gli occhi, perché quando ci si bacia si tengono serrati. L’occhio distrae, riporta alla realtà. Vorrei morderlo. Aprire gli occhi e fargli vedere quello che non dicono mai. Lo odio, ma in fondo credo di amarlo. Cerco di sfuggire da quella lingua che mi invita. Non gli lascio spazio, fuggo e poi ritorno. È un girotondo senza fine di sentimenti contrastanti. Di amaro, di dolce.Mi ritrovo lucida con del salato sulle labbra. Apro gli occhi e vedo la mia debolezza. Lui se ne accorge, ma non si ferma. Continua questo folle ballo all’inferno, ma dentro di me rimane qualcosa di angelico, di puro. È il desiderio di sentirlo mio, solo per qualche minuto. Di sentirmi morta per vedermi viva. Penso che se mi guardassi allo specchio in questo momento potrei non riconoscere nulla del mio viso. Gli occhi lucidi. Le guance rosse come due amarene. Le efelidi tutte disordinate, mischiate dalle sue carezze, dalle sue lusinghe che sembrano così sincere. La frangia elettrizzata e un boccolo biondo spuntato dalla nuca. Quel piccolo segno di naturalezza, di Aria vera. Il gesto coraggioso del ritorno in me stessa. Lo guardo e vedo quel che rimane di noi. Di quel bacio. Il veloce inizio di un lento suicidio. Il suo corpo stanco sul letto e l’ombra del mio sguardo su di lui, per coprirlo.  È così nudo.  La passione ha rovinato tutto. La paura di star soli ci ha resi orfani di noi. Sento del sangue, non nelle vene. E nulla che mi ricordi l’amore, quello che mi è stato raccontato. Tremo per quello che ho fatto. E rido per quello che penso. Per la mia stupidità, la mia ingenuità senza pudore.Lui dorme felice, ma sembra non respirare. Rimango seduta sul letto e mi accarezzo la pelle, perché quel che c’è stato non mi ha riscaldato. Siamo solo due semplici corpi armati di masochismo che pensano di ritrovare assieme ciò che hanno perso. Due poveri. Due che anche abbracciati, l’uno dentro l’altro, sono separati. Dei suoi baci rimangono solo le mie labbra arrossate, livide. E un bruciore intenso che mi fa desiderare di tuffarmi nel mare. Nel sale che non mi fa venir sete. Adesso ho gli occhi spalancati. Non mi posso più distrarre e vedo la realtà. Quella che pensavo fosse fatta d’amore è solo una scatola piena di paure. Un vuoto immenso ricoperto di latta colorata. Fuori giostre di smalto e fragole appena colte da mangiare. Dentro solo Aria. Nulla di tutto quello che lui vedeva sul mio viso. Lo odio più di prima, ma in fondo penso di amarlo ancora. Accenno un sorriso per non dimenticarmi su quel letto. E continuo a pensare intrecciando le dita.  Ci possediamo e inevitabilmente ci perdiamo nel momento stesso in cui ci amiamo. Questo pensiero mi accompagna a casa, lungo quella strada che in discesa mi riporta vicino al mio lago. Gli occhi si distraggono nel loro riflesso nello specchietto. Il sorriso è una smorfia. Mi succhio il labbro inferiore come fosse ancora da amare. Sento lui, la sua fragilità sciolta in quel sapore. La musica mi spacca i timpani, scuote il mio cuore, gonfia i miei polmoni. Mi libera. Mi salva. La strada balla con me. Curve strette e ravvicinate. E lampioni che mi portano lontana. Più mi avvicino a casa e più la luce  diventa silenziosa. Tutte le volte che provo a farlo entrare nel mio mondo finisce così.  Con la solitudine.  Avevo solo del latte caldo tra le mani, quelle mani che lo hanno portato dove voleva. Così mi ha presa in giro, il prestigiatore! Ha preso me, non quello che volevo fargli annusare. Ha preso il mio corpo che voleva scappare. I rami d’edera che uscivano dalla ciotola sono penetrati nelle sue narici senza magia. Le barchette di pane secco sono annegate troppo in fretta nel latte senza che lui le vedesse rigonfiare. Non ha visto il pane diventar latte e il latte diventar pane. Volevo fargli mangiare coi miei baci la poesia del gesto, delle mie mani che bruciavano proteggendo quel tesoro, del latte che diventa caffè, del pane spezzato con violenza, delle briciole dure nell’aria, del latte che diventa pane. La poesia del sorso. Non mi ha centellinata, ma mi ha finita con ingordigia per la sola voglia di sete. Volevo fargli vedere il miele che diventava siero e quell’ultimo pezzo di pane inzuppato di vita che nascondeva il sapore più buono. Lui mi mangia senza pietà, senza godermi adagio, senza gustarmi. Io, invece, voglio divorarlo lentamente. Mia madre dice sempre che da neonata non mangiavo mai. Eppure mi nutrivo di lei. Attaccavo le mie labbra al suo collo. Come feci il primo istante in cui la vidi. Riconobbi il sapore della sua pelle come se laggiù, nella bolla amniotica, mi fossi sviluppata succhiandole la pancia, dall’interno. Suzione di mamma. Esattamente. E quando mi attaccava al seno sorridevo. Due succhiate. Mi calmavo. Mi beavo. E improvvisamente mi addormentavo. Volevo solo ritornare bambina e nutrirmi di lui. Ma lui non ha preso il coccio con il latte, il miele e il caffè. Neppure lo ha visto.



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6 febbraio 2008
Insonnia.
Ho ripescato alcuni "pensierini" che scrissi a proposito di insonnia (il mio racconto per l'antologia sul sonno e la veglia ruota attorno alla mancanza di sonno).


 - Pensierino n°1 (troppe inutilità poetiche)

Spezza questa veglia e portami da te. Allunga il mio sonno, rendi sterile questa paura.

Non ho mai chiuso gli occhi se non sotto la tua ombra. In quel buio pesante che mai mi ha soffocata. Distendi le mie braccia perennemente incrociate sul petto, schiacciate dal peso di questo corpo che tu senti così leggero. Apri le mie dita e contale: voglio che ci siano tutte, pronte ad indicarti i punti del mio dolore.

Spezza questa veglia e portami da me. Allunga il mio sonno, rendi sterile questa paura.

Chiudimi le palpebre irrigidite, calma il loro tremore e portale di fronte allo specchio. Distendi la mia bocca imbronciata e inumidiscila, colorala. Apri le mie dita e contale: voglio che ci siano tutte, pronte a riconoscere il mio profilo che con il tempo riuscirà a sbocciare.


- Pensierino n°2 (lettera mai spedita)

Caro A.

è quel sonno a metà che satura la mia inquietudine e che fa strabordare i miei vuoti. Vegli dormendo la donna che desideri e lei, vigile, se ne accorge. Ogni respiro cotto dal sonno, ogni movimento leggero del tuo volto mi fa compagnia in queste notti in cui non voglio addormentarmi per non ritrovare più ciò che ho visto al tramonto. Un giorno il mio vuoto straborderà e raggiungerà ogni centimetro quadrato di lenzuola inzuppando la mia paura che, immobilizzata, non potrà far altro che annegare in se stessa.

tua I.






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6 febbraio 2008
L'antologia che mi sta a cuore.

(Da Libero.it)

"Chi dorme piglia pesci"

Nasce online una comunità che raduna tutti gli Sleepers, ossia chiunque abbia un rapporto viscerale col sonno

Altro che morti di sonno: tra le braccia di Morfeo non si trova solo riposo, ma anche ispirazione e illuminanti intuizioni. Ecco perché, dai narcolettici agli insonni, gli Sleepers di tutto il web sono invitati a fare outing e a unirsi alla community creata da Misia Donati e Ilaria Silvuni, della quale loro stessi ci illustrano le caratteristiche.

Chi può legittimamente definirsi uno spleeper?
Ilaria: ognuno di noi può definirsi uno “sleeper” perchè il sonno rappresenta una fase fisiologica, quindi naturale e necessaria per la sopravvivenza di ogni singolo individuo. Uno sleeper “doc” vive il rapporto con Morfeo in modo passionale e cerca di non subire passivamente la fase “dormiente” della sua vita. Oltre a questa esigenza lo sleeper ha un’urgenza: raccontarsi e liberare visceralmente tutte le elaborazioni immagazzinate durante l’insonnia o il sonno profondo. Dormire può rappresentare una fase di completa assenza di partecipazione alla vita per molti di noi, ma uno sleeper sa che questo non è vero, almeno non completamente. Quindi, inquieto, cerca di aggrapparsi al ricordo del sonno per non esiliarsi troppo dalla veglia. Quando Misia mi ha chiesto di creare due frasi per stimolare i dormienti io ho scritto d’impulso: “E se il sonno fosse una forma di esilio dal mondo? E se l’insonnia fosse la paura di non poter tornare più dall’esilio?”. Questo è quello che mio chiedo io da sleeper.
Misia: l’idea di coniare il termine “sleeper” mi è venuta dopo la pubblicazione del mio romanzo d’esordio “Primi riti del dolce sonno” (Zandegù Editore). E’ la storia di tre ragazzi narcolettici (la narcolessia è una malattia primaria del sonno) che vivono la loro condizione non come una patologia, quindi un limite, quanto piuttosto come una possibilità di conoscenza e di espressione identitaria. Partendo da lì, ho capito che poteva esistere un modo diverso di guardare al sonno, non come a uno “stato” bensì come a un “atto”. La conseguenza di questa intuizione, visto che noi ci raccontiamo attraverso le azioni che compiamo o non compiamo, è anche il sonno può diventare una dimensione narrativa, forse persino più interessante della veglia perché priva di filtri e di mediatori sociali. A conforto della nostra tesi, di un sonno agito e non subito, è venuta poi la letteratura scientifica che Ilaria ha presto scovato e che testimonia come il sonno sia un momento di grande coinvolgimento per l’organismo, ci sono addirittura determinati tipi di cellule che proprio durante il sonno raggiungono il massimo della loro attività.

Da quali stimoli nasce l’idea di questo blog?
Ilaria: L’idea di questo blog è nata in modo assolutamente naturale dall’incontro con Misia. Avevo recensito il suo
“Primi riti del dolce sonno” e grazie a MySpace sono riuscita a instaurare un contatto diretto con lui. Parlando (spesso di notte) siamo arrivati alla conclusione che avevamo la stessa esigenza, la stessa urgenza: cercare di sviluppare il rapporto tra sonno e narrazione. Personalmente credo che ci sia molto materiale su cui lavorare perchè il sonno rappresenta la parte più autobiografica (e autocelebrativa) di una società e di ogni singolo individuo. Nulla di più intimo e di più vero come ciò che proviamo, viviamo durante il sonno o l’assenza di sonno. Dopo poche settimane di conoscenza virtuale ci siamo incontrati per stringere un patto: creare un gruppo di lavoro e una struttura in grado di accogliere stimoli e materiali per la narrazione. Abbiamo contattato amici e colleghi scrittori, case editrici e alla fine qualcuno ha creduto in noi.
Misia: il mio romanzo termina proprio con la frase “Noi siamo i Dormienti e questa è la nostra Legge…” che può considerarsi a tutti gli effetti l’inizio fondativo del blog.

Chiunque e in che modalità può partecipare alla costruzione del blog?
Ilaria: andando su http://thesleepers.wordpress.com/blog-collettivo si trovano le modalità di partecipazione al blog di TheSleepers. Misia rispondi tu che sei più sintetico di me!
Misia: il blog è aperto a tutti e raccoglie qualsiasi tipo di contributo a tema, dai frammenti poetici, alle prose, alle testimonianze, alle foto, ai video. Esistono vari livelli per collaborare, a seconda che uno voglia o meno assumersi la responsabilità di partecipare in maniera costante o occasionale. Quello che ci contraddistingue forse da altre esperienze è che noi operiamo, laddove necessario, un editing dei testi, per mantenere il più possibile alta la qualità dei materiali proposti. In questo, ci comportiamo più come una rivista che un multiblog.

Quanti hanno già aderito al progetto?
Ilaria: Abbiamo ricevuto contributi da una sessantina di bloggers e abbiamo già una quindicina di collaboratori fissi, tra cui autori editi che stanno facendo grandi cose in ambito letterario. Amici e colleghi giovani che (come spesso accade) grazie alla professionalità di editor e di case editrici medio/piccole hanno potuto pubblicare materiali assolutamente di qualità e necessari. Io punto sempre sul concetto di necessarietà in letteratura proprio perchè credo che si debba rispondere a delle esigenze, a delle urgenze e parlare, come cerca di fare TheSleepers, di qualcosa di ancora irrisolto a livello collettivo e individuale. Tra gli ingressi dei nostri collaboratori quello che più mi ha commossa è stato quello di Gabriele Dadati, uno che dovrebbe stare a pieno diritto nel famoso Olimpo degli eletti. Ma siamo ovviamente molto felici dell’interesse che ci hanno manifestato anche altri autori del calibro di Gianluca Morozzi, Laura Pugno, Roberto Tossani, Flavia Piccinni, e tutti gli altri che sarebbe troppo lungo elencare ma che è un onore avere con noi.

Come sono stati reclutati i collaboratori fissi?
Misia: Come dicevo prima, chiunque può diventare un collaboratore fisso, il nostro non è un club esclusivo. Anzi, speriamo di condividere con più persone possibili la nostra passione per la scrittura. L’unico requisito è che ci sia un reale interesse per il tema che trattiamo, per il resto le regole sono uguali per tutti. Quindi, non lasciatevi intimidire dai nomi che leggerete online e scriveteci pure.

C’è, all’orizzonte, l’idea di farne una pubblicazione cartacea?
Ilaria: Lo scopo di questo blog è la pubblicazione. Lavoro con i libri, per i libri e il mio sogno sarebbe quello di poter sfogliare il risultato dei nostri sforzi. Misia ed io abbiamo contattato e incontrato diversi editor per parlare del nostro progetto antologico e la risposta è stata a volte sorprendente. Ma non ci fermeremo solo al libro… abbiamo in mente qualcosa di speciale.
Misia: Come dice Ilaria, il desiderio di trasformare questo progetto in una antologia c’è sempre stato. E’ nato insieme al blog e al blog si è in qualche modo intersecato. Abbiamo infatti bandito un concorso letterario che scade a novembre e il cui bando si trova appunto online: l’idea è quella di raccogliere materiale dalla rete e di realizzare un’antologia che veda insieme autori già noti, autori come noi che si sono appena affacciati alla scena letteraria e perfetti sconosciuti, tutti uniti dall’interesse per uno stesso tema. Ovviamente, non possiamo promettere niente, lo scopo del concorso è solo quello di segnalare i racconti che riterremo più aderenti al nostro progetto ai vari editori cui ci rivolgeremo ; starà poi agli editori decidere a riguardo, ma la nostra disponibilità è garantita.

Il cattivo rapporto col sonno è una delle grandi emergenze sociali, che ne pensate?
Ilaria: Assolutamente sì, siamo in piena emergenza. La conferma arriva anche dalla quantità e dalla qualità del materiale che ci arriva dalla rete. I ragazzi sentono il bisogno di raccontarsi e trovano che parlare del sonno, di quello che avviene prima, durante e dopo, sia il modo più immediato per sfogarsi. La rielaborazione del vissuto avviene durante il sonno e, a mio avviso, per come viviamo, non abbiamo più la possibilità di metabolizzare ciò che immagazziniamo. Non vogliamo addormentarci perchè ci sentiamo in pericolo. Non vogliamo svegliarci perchè abbiamo bisogno di un esilio. Un motivo ci sarà… Misia ed io stima lavorando per scoprirlo. Una delle caratteristiche che ho voluto inserire nella strutturazione di questo progetto è stata la scientificità proprio perchè desidero analizzare in modo serio e approfondito questa emergenza sociale.
Misia: Credo che i problemi del sonno non siano altro che un riflesso di più ampi e stratificati problemi sociali. Ripeto, se il sonno non è uno stato ma un atto, come noi crediamo, allora non è certamente casuale che in questi tempi così confusi, precari e ansiogeni anche la qualità del sonno ne abbia risentito. E che ciò che cerchiamo di sedare e di reprimere durante la veglia si sprigioni con tutta la sua forza quando cadono inibizioni e barriere. Credo che per conoscere davvero una persona, a volte, per capirla davvero a fondo, invece che parlarci potrebbe essere più utile guardarla dormire.

Il miglior amico del sonno?
Ilaria: credo che sia l’amore. Non ho mai visto un bambino non riuscire ad addormentarsi sul petto della propria madre e se ci si abbandona al sonno con accanto il corpo di chi si ama è tutto molto più semplice. Il motivo: ci si sente protetti… chissà cosa succede se perdiamo coscienza chiudendo gli occhi!
Misia: credo che sia l’onestà. Se uno è onesto con se stesso, riesce spesso a capire l’origine di certi suoi comportamenti, e il sonno in un certo senso è una forma di comportamento. Non è casuale che alcuni disturbi del sonno, come l’insonnia, vengano curati spesso non con i farmaci ma con terapie comportamentali.

E il peggior nemico?
Ilaria: sto ancora cercandolo, ma nel mio caso specifico è il dolore fisico, cronico che mi impedisce di slegare le cime e allontanarmi con la barca dal porto. Se non si prende il largo durante il sonno si sbatte contro il molo anche se le onde sono dolci.
Misia: l”ipocrisia. Chi mente a se stesso da sveglio, dirà la verità nel sonno. E la verità, si sa, fa male.




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letteratura
6 febbraio 2008
La duttilità delle forme dell'abbandono.
Una delle prime cose che s’incontra aprendo Alluminio è lo sguardo di Luigi Cojazzi: i suoi occhi abbassati che non si riescono a raggiungere, e quei piccoli segni attorno alla bocca che testimoniano la presenza costante di un sorriso per gli altri. È un’immagine che ammorbidisce la tensione che si prova osservando quel pallone in copertina: un oggetto caro a tutti noi, un Tango che, visto da vicino, da simbolo di gioco e spensieratezza diventa Pietas moderna, minaccia. Luigi ha alle spalle esperienze in prima linea in Colombia come osservatore internazionale in zone di conflitto: giovanissimo, ha deciso di esplorare quei luoghi in cui l’impegno dell’individuo è ancora più indispensabile per la sopravvivenza. Ciò che accomuna la scrittura di Cojazzi all’Alluminio è la resistenza alla corrosione. Perchè né lui né la sua storia vogliono abbassare la guardia di fronte a un destino pronto solo ad annientare la speranza di un cambiamento, di un ritorno. Il vociare attorno al campo, là dove non hai più nulla a cui aggrapparti, oltre il dolore, al di là dell’abbandono, si fa sempre più alto durante la lettura per poi finire strozzato in una moviola al rallentatore di un finale che isola completamente. L’immaginazione del lettore si pulisce dalle ossidazioni dei propri silenzi per riprendere l’attenzione, doverosa, nei confronti di un autore come Cojazzi. E ritorna l’abbandono per portarsi con sé la mancanza ma ritorna anche l’amore e il ricordo di una promessa. E ritorna il ritorno come in un cambio all’ultimo secondo a bordo campo. Per aspettare il goal decisivo, per lasciarsi andare e prepararsi ad attutire il colpo. Lo senti l’odore dell’alluminio e anche se prima di leggere questo libro non sapevi descriverlo. Lo riconosci. È pungente, è acido, ma lo puoi ancora a respirare.


Luigi Cojazzi, Alluminio (Hacca, Halley Editrice, 206 pagine, 12 euro)


Giovedì 7 febbraio (Feltrinelli in corso Buenos Aires a Milano) presenterò Alluminio assieme all'autore, Luigi Cojazzi, e ai colleghi Carlo Annese, Gabriella Greison e Annalisa Tantini.

 




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6 febbraio 2008
Autoreferenziale? Forse.
Ilaria L. Silvuni è nata a Milano l'11 ottobre 1978 alla Clinica Mangiagalli grazie agli sforzi di sua madre Daniela, professoressa di Storia dell'Arte. Giornalista ereditaria (il padre Andrea è giornalista), dopo gli esordi poetici all'età di otto anni, dimostra l'esistenza di Dio con un breve saggio (premiato) mentre frequenta il Liceo Artistico dalle Suore Orsoline in Sant'Ambrogio. Per capire che il lavoro della sua vita era il giornalismo ha dovuto superare alcune prove tra cui il Corso di Laurea in Disegno Industriale al Politecnico di Milano. Ha passato alcuni anni come collaboratrice per diverse testate in ambito culturale. Per due anni ha coordinato la redazione di un free press nazionale, senza mai abbandonare la lettura e la critica letteraria 'home made'. Amante della musica 'indi' (suona il basso), gestisce questo blog dove raccoglie - quando ne ha il tempo - articoli e commenti scritti da lei nel corso degli anni. Osserva a volte con eccessiva durezza le bozze incomplete del suo primo romanzo, scrive racconti e nel frattempo collabora con vari editori per scouting di nuovi e giovani autori italiani. Recentemente ha concluso, assieme a Misia Donati, un'antologia di racconti dedicata al sonno e alla veglia. Nel frattempo continua a studiare per l'esame di abilitazione alla professione giornalistica, nella speranza di riuscire a trovare una redazione di un quotidiano per continuare a crescere come giornalista (e perché no, a guadagnarsi da vivere).




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